Quando dico che sono un architetto, la prima domanda che ricevo è:
“Ma fai anche interior?”
Come se l’architettura finisse con il muro.
Ma nessuno abita una facciata. Nessuno vive “fuori” da un edificio.
Si abita sempre dentro l’architettura, ed essa si compie davvero solo quando diventa luogo da vivere.
Per me, quindi, l’architettura è già interior, e disegnare uno spazio interno non è un’aggiunta al progetto: è compierlo.
Nei miei lavori la struttura, la distribuzione degli spazi e l’arredo nascono insieme, già dal primo schizzo.
Per questo considero l’interior design non come semplice decorazione o stile, ma come parte fondamentale del processo progettuale.
E credo che questa integrazione sia ciò che distingue davvero un architetto da chi semplicemente arreda.
La mia architettura nasce dall’incontro di ciò che le persone chiedono esplicitamente — organizzazione, comfort, ordine, sicurezza, luce — e ciò che appartiene a una dimensione più sottile ma decisiva: il bisogno di quiete, privacy, libertà, intimità, e anche il desiderio profondo di essere stimolati e sorpresi.
Che si tratti di un nuovo edificio, di una ristrutturazione o di una “microarchitettura interna”, definire sin dal principio le emozioni e l’esperienza sensoriale da raggiungere mi permette di integrare soluzioni concrete e prevedere, in ogni fase del progetto, tutti gli accorgimenti tecnici necessari per realizzarlo, evitando errori difficilmente recuperabili a posteriori e mantenendo sempre la persona al centro dell’intero progetto.